Panspermia

Richard Hoover è un astrobiologo che lavora per il Marshall Space Flight Center, il centro della NASA specializzato nel gestire i sistemi di orbitaggio attorno alla Terra e i viaggi nello spazio. Come uno scienziato dovrebbe sempre fare, basa le sue ricerche sulle dimostrazioni e anche davanti a una certezza si mette in gioco chiedendo a colleghi esterni di confutare le sue teorie.

Proprio per questo, dopo aver pubblicato il suo articolo sulla rivista Journal of Cosmology, ha chiesto ai ricercatori di trovare delle falle nella sua recente scoperta.

Da anni Hoover studia la possibilità che la vita sulla Terra abbia avuto inizio attraverso il fenomeno chiamato panspermia, cioè che si sia evoluta da un “seme” (inteso come componente che ha dato origine alla vita) arrivato sul nostro pianeta dallo spazio. Ebbene, lo scienziato della NASA è certo di avere recuperato un reperto fossile che rende assolutamente certa questa teoria.

Batteri alieni

Hoover ha curiosato nei luoghi più freddi del pianeta, dall’Antartide all’Alaska, sondando i ghiacci in cerca di una forma rara di meteoriti chiamata CI1 condrite carboniosa. Al momento ne abbiamo a disposizione solo una decina e su questi il ricercatore ha portato avanti i suoi studi. Incastrati tra le rocce, ha trovato batteri lunghi e filamentosi simili ai Velox Titanospirillum presenti sulla Terra.

È da mettere in chiaro che non si tratta di batteri terrestri, anche perché – se le verifiche separate di altri ricercatori lo confermeranno – alcuni di loro non hanno l’azoto tra le componenti: un elemento anomalo, che cozza contro le nostre conoscenze in campo scientifico.

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Introduzione

Se doveste lasciare la vostra (più o meno) amata Italia, quale destinazione scegliereste? Molti di voi si saranno posti la domanda diverse volte – chi per sfuggire alla routine quotidiana, chi per opportunità di lavoro e chi per semplice spirito di avventura – e forse qualcuno starà già pensando seriamente di fare le valigie. La difficoltà maggiore è trovare un nuovo posto adatto alle nostre esigenze.

Mentre sfogliamo depliant, organizziamo viaggi e discutiamo con chi ha le idee più chiare di noi, l’Economist Intelligence Unit ci viene in aiuto stilandoci un elenco delle città più vivibili nel mondo.

Le prime 10 città migliori dove vivere

Nelle prime dieci posizioni troviamo le stesse città dello scorso anno, leggermente spostate tra loro nella classifica. In ordine:
1. Vancouver (Canada, America)
2. Melbourne (Stato Victoria, Australia)
3. Vienna (Austria, Europa)
4. Toronto (Canada, America)
5. Calgary (Canada, America)
6. Helsinki (Finlandia, Europa)
7. Sydney (Nuovo Galles del Sud, Australia)
8. Perth (Australia Occidentale, Australia)
9. Adelaide (Australia Meridionale, Australia)
10. Auckland (Nuova Zelanda)

Come si nota, Canada e Australia sono i continenti maggiormente interessati, ma nell’elenco si trova anche la vicina Vienna. Per stabilire un elenco affidabile sono stati considerati trenta parametri basati sulle condizioni dell’ambiente, della cultura, delle infrastrutture e dell’istruzione, nonché dell’assistenza sanitaria e della salute dei cittadini. L’unione di queste valutazioni è riepilogato da un punteggio che arriva fino a 100. A Vancouver è stato attribuito un rank di 98.

Teniamo conto che alcune di queste città, come Toronto e Helsinki, sono relativamente giovani e quindi nate sin dall’inizio con la prospettiva di diventare moderne, senza doversi occupare di problemi che altri Paesi si sono portati appresso dal passato.

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Colonizzare per sopravvivere

L’uomo ha da sempre una naturale curiosità verso lo spazio e le stelle, che avvolgono il nostro mondo in ogni direzione. Non appena ha avuto le conoscenze e i mezzi per farlo, si è prodigato per esplorare la Luna (fisicamente) e i pianeti più vicini (attraverso le sonde).

Se prima si trattava di semplice interesse, negli ultimi tempi l’esplorazione di pianeti esterni sta diventando una necessità. Che siano voci esagerate o meno, infatti, si sente spesso parlare di “possibili cataclismi” che potrebbero mettere fine prematuramente alla civiltà umana, di scarsità di risorse per sfamare la popolazione mondiale, di un’imminente glaciazione e di svariate altre cause che minacciano la nostra esistenza.

Qualsiasi sia il livello di emergenza (gli esperti sono a volte in disaccordo su questo tema), l’esigenza di trovare un pianeta esterno da colonizzare si fa sempre più sentire. Il fisico Stephen Hawking, una delle menti scientifiche più riconosciute, è certo che l’umanità per non scomparire dovrà trovare presto altri mondi dove vivere.

Ma è davvero possibile per l’uomo insediarsi su un nuovo pianeta e dare inizio a una “Terra 2”? I problemi da affrontare non sono pochi. Il giornale The Independent sembra addirittura convinto che si trattino di difficoltà insormontabili.

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Introduzione

In un articolo precedente ho affrontato il significato di relatività ristretta. L’idea di base ci tornerà utile per fare un salto in avanti e per parlare di un altro tema affascinante legato al tempo e allo spazio. L’argomento è piuttosto corposo, ma cercherò di spiegarmi il meglio possibile senza far uso di termini complessi o poco comuni.

L’equazione di Einstein: se un corpo accelera, aumenta anche la sua massa

Che cos’è lo spaziotempo? Negli ultimi decenni – ma già a partire dagli anni quaranta – è una parola che si sente pronunciare spesso dalla bocca degli scienziati (e anche dagli appassionati di scienza o dagli scrittori di fantascienza). Il concetto, che in realtà è abbastanza semplice se affrontato dall’esterno, ha un’importanza fondamentale e ha aperto uno spiraglio immenso nel campo della fisica.

Dalla teoria della relatività di Einstein deriva la più importante e conosciuta tra le equazioni fisiche: E=mc2.
Tradotta in parole, «l’energia è uguale alla massa moltiplicata per la velocità della luce al quadrato».

Einstein aveva infatti dimostrato come la velocità della luce sia identica davanti a qualsiasi osservatore, per quanto questo sia in quiete o in movimento. Per accelerare un corpo è necessario aggiungergli energia. Più energia si aggiunge, più il corpo accelera. Poiché la velocità della luce (c) è una costante, perché la formula resti valida quando aumentiamo l’energia significa che anche la massa del corpo deve aumentare. Questo naturalmente rende difficile un’ulteriore accelerazione, perché la massa è adesso maggiore.

In laboratorio è stato dimostrato, comunque, che per aumentare anche di poco la velocità ad alti livelli occorre una quantità spropositata di energia. Al Cern di Ginevra sono riusciti a spingere un protone a una velocità pari al 99,99999% di quella della luce. Per aumentare di soli 0,001% la velocità, sono dovuti passare da 450 GeV di energia a 7000 GeV.

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Definizione di bambino prodigio

Come è possibile che un bambino, ancora in età scolare, sappia parlare con scioltezza ben undici lingue diverse? Come possono degli adolescenti laurearsi in materie complicate come la fisica e la matematica quando i loro coetanei ancora sono impegnati nelle scuole superiori?

La definizione di “bambino prodigio” è ancora sotto esame, però in linea generale nella categoria rientrano quei bambini con un’età non superiore ai 13 anni che sono dotati di talenti o capacità di solito attribuiti ad adulti molto preparati in un determinato campo (in genere scientifico o artistico).

Non dobbiamo fermarci a considerare soltanto quei bambini che sono in grado di calcolare a mente il risultato di complesse espressioni matematiche. Di sicuro destano meraviglia, ma la loro qualità è legata spesso a una buona memoria o a procedimenti meccanici che portano alla soluzione anche senza capirli realmente. Quando però i loro calcoli si basano su un procedimento mentale troppo complesso per un giovane della stessa età, allora si può parlare di “bambino prodigio”.

Come si riconosce un bambino prodigio

I bambini superdotati sono precoci e mostrano in fretta cosa li distingue dagli altri: sono curiosi, imparano velocemente, spesso sembrano avere una mente “da adulto” in un corpo giovane. Per lo più hanno una sensibilità spiccata e sono straordinariamente critici verso l’esterno, anche su argomenti complessi. Può comunque capitare che il bambino mostri queste qualità dopo l’infanzia.

A cosa è dovuto questo talento? Prima di tutto, delle scansioni PET hanno dimostrato che in un calcolatore mentale (così viene chiamato chi risolve espressioni matematiche con la velocità di un computer) l’afflusso di sangue al cervello è superiore. Inoltre alcune aree del cervello si attivano più facilmente.

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Il nostro futuro

Vi siete mai chiesti cosa sarà della Terra a distanza di milioni o addirittura miliardi di anni? Avete mai provato a immaginare cosa vedrebbe un viaggiatore del tempo che, dal 21esimo secolo, si trasferisse in un futuro lontano da noi miliardi di anni?

Mettiamo da parte i problemi legati alla scienza su un viaggio così lontano nel tempo e per un attimo immedesimiamoci nell’osservatore. Una comunità online chiamata YTMND (acronimo di “You’re The Man Now, Dog”), specializzata nella creazione di slideshow (immagini in sequenza che formano animazioni o presentazioni), ha raccolta al suo interno un’esposizione dei momenti più importanti che coinvolgeranno il nostro sistema solare in un arco di tempo lunghissimo.

Vi invito a dare un’occhiata al sito (trovate il link in fondo all’articolo), che trovo piuttosto suggestivo per come è stato impostato.

Qui sotto ho tradotto riga per riga i vari passaggi. Prima però una precisazione: nel sito si fa riferimento al billion come tempo di calcolo. Si tratta di un numero in voga negli Stati Uniti e nel Regno Unito e a dispetto del nome non corrisponde al nostro bilione (mille miliardi), bensì a un miliardo. Per evitare confusione scriverò il tempo per esteso (corrispondente ad “anni nel futuro”).

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Fluidi newtoniani

Sappiamo tutti che mescolando dell’acqua con un cucchiaino, questa non cambierà la sua resistenza a seconda della velocità con cui girate. Che mescoliate piano o con più vigore la resistenza che incontrate sarà sempre la stessa.

Fluidi di questo tipo sono detti newtoniani e li possiamo osservare nella vita di tutti i giorni: ne è un esempio l’olio, ma anche l’aria che respiriamo. Il loro grado di viscosità segue una costante, cioè che non varia con la velocità con cui si misura. Dipende unicamente dalla temperatura e dalla pressione alle quali sono sottoposti (oltre, ovviamente, alla loro composizione chimica), mentre la forza che li colpisce è ininfluente.

Fluidi non newtoniani

Esistono però fluidi che si comportano diversamente. A seconda della forza applicata la loro resistenza aumenta o diminuisce. Prendendo l’esempio di prima, se al posto dell’acqua mettiamo un fluido di questo genere, più velocemente ruotiamo il cucchiaino e più ci sarà difficile mescolare, fino ad arrivare a un punto in cui ci sarà addirittura impossibile mescolare. L’aspetto più affascinante è che, una volta smesso di mescolare, il fluido ritorna al suo stato originario (liquido).

Questi fluidi sono detti non newtoniani.

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Lingue a rischio

Non è una novità che le lingue minori, le meno parlate nel mondo, stiano lentamente scomparendo. Secondo i dati degli studiosi scompare una lingua ogni due settimane e oltre 2.500 lingue sono a rischio di estinzione.

Il 20 febbraio 2009 l’Unesco ha diffuso dati poco incoraggianti: 199 lingue sono parlate da una decina di persone soltanto, 538 sono gravemente in pericolo e 607 sono a rischio. La globalizzazione non aiuta di certo. Tra tutti i suoi pregi, ha l’innegabile difetto di conformare le culture e, di fatto, di sopprimere le meno forti, con la conseguenza che la tradizione inglobata viene modificata, sovrascritta, spesso persa nella storia.

L’Unesco mette a disposizione nel suo sito un atlante completo delle lingue a rischio. Ma quali sono le dieci lingue più rare ancora presenti nel mondo?

Le 10 lingue più rare al mondo

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Freddo? È assenza di calore

Uscendo di casa d’inverno con una temperatura sugli zero gradi, abituati come siamo al caldo estivo, la prima espressione spontanea che ci salta alla mente è: «Che freddo!». Ma se guardiamo il fenomeno da un punto di vista più scientifico, ecco che la frase perde di significato: infatti sarebbe più corretto parlare di «mancanza di calore». Il freddo di per sé non è un parametro misurabile in natura, l’elemento misurabile è la presenza o l’assenza di calore.

La sensazione di “gelo”, entro un certo limite, è un parametro soggettivo, non si tratta di una percezione valida per chiunque allo stesso modo. Chi è abituato a vivere sulle cime montane o ai margini della tundra sentirà i nostri zero gradi con la stessa indifferenza di una brezza primaverile. A Mosca, dove le temperature arrivano a toccare i -35° C, gli abitanti non si lamentano di sicuro del ghiaccio come succede in Italia.

A ogni modo, il calore in natura è fondamentale. Stabilisce se un oggetto è in stato solido, liquido o gassoso. Altera la pressione, la densità e la conducibilità elettrica dei corpi. Influenza le reazioni chimiche ed è la causa base dei fenomeni meteorologici più spaventosi, come i tornado, le tempeste di neve o di temporali. L’incontro tra aria fredda e un forte calore è capace di generare una pericolosa pioggia di grandine – o qualcosa di peggio, come la tremenda tempesta di ghiaccio che ha colpito il Canada nel 1998.

Ma che effetto ha il freddo sul corpo umano?

(vedi anche l’infografica della BBC sugli effetti della temperatura)

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Introduzione

Alla fine del XIX secolo si viveva nella convinzione che lo spazio fosse attraversato dall’etere, una sorta di mezzo di trasporto per radiazioni luminose e segnali radio che permetteva loro di viaggiare liberamente. In questo etere però alcuni dati davano un risultato anomalo: gli osservatori vedevano la luce viaggiare alla stessa velocità indipendentemente che si muovessero o meno. Intuitivamente un soggetto in moto avrebbe dovuto invece annotare un velocità inferiore.

Per spiegare il fenomeno, Hendrik Lorentz e George FitzGerald ipotizzarono che i corpi solidi si contraessero mentre si muovevano nell’etere e che gli orologi rallentassero. Questo significava che un soggetto non poteva rendersi conto di essere in quiete o in moto.

Il tempo diventa relativo

Albert Einstein non era d’accordo. Poiché non era possibile capire se ci si muoveva o meno nello spazio, che utilità aveva l’etere? Nel 1905 avanzò l’idea che la velocità della luce non dipendesse dal moto e fosse sempre la stessa. Era il tempo a diventare relativo: due soggetti misuravano il tempo allo stesso modo se erano fermi, ma la loro misurazione cambiava se uno di loro si muoveva rispetto all’altro. In definitiva, il tempo smetteva di essere una costante.

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